Traduzione di Francesco Paparella dell'articolo "Anarchism Triumphant: Free Software and the Death of Copyright" di Eben Moglen, apparso per la prima volta in First Monday, peer-reviewed journal on the internet vol. 4, n. 8.


Il Trionfo dell'Anarchia:


Il Software Libero e la Morte del Diritto d'Autore


La diffusione del kernel del sistema operativo Linux ha focalizzato l'attenzione sul movimento per il software libero. Questo articolo mostra le ragioni per cui il software libero, lungi dall'essere un partecipante marginale nel mercato del software, è un fondamentale primo passo nella dissoluzione della dottrina della proprietà intellettuale.

Sommario

I. Software come Proprietà: Il Paradosso Teorico
II. Software come Proprietà: Il Problema Pratico
III. L'Anarchia come Tecnica di Produzione
IV. Signorie Morenti nell'Oscurità?

I. Software come Proprietà: Il Paradosso Teorico

SOFTWARE: nessun altra parola denota così compiutamente sia gli effetti sociali che quelli pratici della rivoluzione digitale. In origine, il termine era puramente tecnico e indicava quella parte di un sistema informatico che può essere alterata a piacere, a differenza dell' "hardware", realizzato con circuiti elettronici immutabili. Il primo software consisteva nella configurazione di un insieme di cavi o di interruttori sul pannello esterno di un dispositivo elettronico, ma, appena furono sviluppati metodi verbali per alterare il comportamento di computer, la parola "software" indicò quasi sempre le espressioni in linguaggi schematizzati che descrivevano e controllavano il comportamento della macchina. [1].

Ciò è vero oggi come allora. La tecnologia basata sulla manipolazione di informazioni digitali (cioè codificate numericamente) oggi domina molti aspetti della cultura umana nelle società "sviluppate" [2]. L'adozione di una rappresentazione digitale in luogo di quella analogica - nel video, nella musica, nella stampa, nelle telecomunicazioni, e finanche nella coreografia, nel culto religioso, e nella gratificazione sessuale - potenzialmente trasforma qualunque forma di attività umana di tipo simbolico in software, e cioè in istruzioni modificabili per descrivere e controllare il comportamento di una macchina. Secondo una de-formazione concettuale caratteristica del pensiero scientista occidentale, è possibile osservare una divisione tra hardware e software anche nel mondo naturale o sociale. Tale divisione è diventata una nuova metafora per esprimere il conflitto tra le idee di determinismo e libera volontà, predisposizione naturale ed educazione, impronta genetica e formazione culturale. Il nostro "hardware", preformato geneticamente, determina la nostra natura. La nostra educazione è un "software", che stabilisce la nostra programmazione culturale, e che definisce la nostra libertà in relazione agli altri. E su queste linee possono proseguire coloro che amano parlarsi addosso [3]. Pertanto il concetto di "software" è stato accettato come metafora di qualunque attività di tipo simbolico, apparentemente scisso dal contesto tecnico che ha dato origine alla parola e nonostante il disagio suscitato fra le persone tecnicamente competenti quando il termine viene sbandierato a vanvera, eliminando il significato concettuale della sua etimologia.[4].

Ma l'adozione diffusa della tecnologia digitale fra coloro che non hanno cognizione dei suoi principi di funzionamento, mentre dà licenza, apparentemente, all'uso metaforico del termine "software", di fatto non ci permette di ignorare che i computer sono oggi ovunque presenti nel nostro tessuto culturale. Il passaggio dall'analogico al digitale è più importante per la struttura delle relazioni sociali e legali che il più celebre, e meno storicamente accertato, passaggio dallo stato al contratto [5]. Il che è una cattiva notizia per quei giuristi che non capiscono queste istanze, e spiega perché di esse sia oggi così facile spacciare interpretazioni fasulle. D'altro canto, questa transizione è potenzialmente molto redditizia per coloro che abbiano la possibilità di trasformare questi nuovi territori in loro proprietà personale. Questa è la ragione per cui gli attuali "proprietari" del software sostengono ed incoraggiano così fermamente l'ignoranza altrui. Sfortunatamente per loro - per ragioni familiari ai giuristi che non hanno ancora capito come applicare le loro categorie tradizionali a questo campo - questo castello di carte non può stare in piedi. Questo articolo spiega perché.[6].

Per cominciare, dobbiamo prendere in considerazione i principi tecnici sui quali si basano i dispositivi ormai familiari che ci circondano in questa epoca di "software culturale". Un lettore di CD è un buon esempio. Il suo ingresso principale è un flusso di bit letti otticamente da un disco-memoria. Il flusso di bit descrive la musica in termini di misure di frequenza e di ampiezza, compiute 44.000 volte al secondo in ciascuno dei due canali audio. L'uscita principale del lettore è un segnale audio analogico [7]. Così come per ogni altra cosa nel mondo digitale, anche la musica registrata su di un CD non è altro che una informazione numerica. Una certa registrazione della Nona Sinfonia di Beethoven, registrata da Arturo Toscanini e dal Coro e Orchestra Sinfonica della NBC è rappresentata (tralasciando un certo numero di cifre) dal numero 1276749873424, mentre la peculiare e perversa ultima registrazione di Glenn Gould delle Variazioni Goldberg corrisponde (dopo un troncamento altrettanto brutale) al numero 767459083268.

Stranamente, questi due numeri sono "protetti da diritto d'autore". Ciò vuol dire, in linea di principio, che non potete possedere una copia di questi numeri, registrati su di un qualche supporto fisico, a meno che non abbiate una licenza. Parimenti, non siete liberi di mutare 767459083268 in 2347895697 a beneficio dei vostri amici (e, così facendo, correggere il ridicolo tempo scelto da Gould) senza fare una "opera derivata", per la quale è altrettanto necessaria una licenza.

Altri dischi ottici contengono altri numeri. Diciamo, per esempio, 7537489532. Questo è un algoritmo di programmazione lineare per sistemi di grandi dimensioni con vincoli multipli, utile, per esempio, per ottimizzare gli spostamenti ferroviari di una certa mercanzia. Questo numero (negli Stati Uniti d'America) è "brevettato", il che vuol dire che non potete ricostruire il numero 7537489532 da voi stessi, cioè non potete "praticare l'arte" di risolvete problemi di programmazione lineare col metodo protetto da brevetto, indipendentemente da come abbiate appreso il metodo (anche se l'avete riscoperto autonomamente), a meno che abbiate una licenza del proprietario del numero.

Poi esiste il numero 9892454959483. Questo è il codice sorgente di Microsoft Word. Oltre a essere "protetto da diritto d'autore", esso è un segreto industriale. Ciò vuol dire che se prendete questo numero da Microsoft e lo ridistribuite a terzi, rischiate di essere puniti.

Infine c'è 588832161316. Non corrisponde a nulla, è semplicemente il quadrato di 767354. Per quel che ne so, non è di proprietà di nessuno né sotto forma di diritto d'autore, né in quelità di brevetto. Almeno per ora.

A questo punto dobbiamo affrontare la prima obiezione degli "esperti". Essa viene da una creatura che chiameremo il "PI-Droide" (PI come "Proprietà Intellettuale"). Il Droide è colto ed ha una mente sofisticata. Esso apprezza le cene di gala che seguono le riunioni accademiche o ministeriali dove si parla degli accordi TRIPS, ed ancor più il privilegio di frequenti apparizioni sulla MSNBC. Egli vuol farvi sapere che io sto commettendo l'errore di confondere la proprietà intellettuale con la sua realizzazione materiale. Sciocco, non è il numero che è brevettato! È brevettato l'algoritmo di Kamarkar. Un numero, invece, può essere soggetto a diritto d'autore, poiché il diritto d'autore copre le caratteristiche espressive di una particolare realizzazione tangibile di una idea (in cui misteriosamente potrebbero essere state incorporate alcune proprietà funzionali, purché in modo non troppo evidente), ma non un algoritmo. Pertanto, il numero non è "brevettabile", ma lo è l'"insegnamento" del numero allo scopo di far viaggiare i treni in orario. Ed il numero che rappresenta il codice sorgente di Microsoft Word può essere un segreto industriale, ma se lo riscoprite da voi (per esempio eseguendo manipolazioni aritmetiche di altri numeri distribuiti da Microsoft, secondo un procedimento noto col nome di "ingnegnerizzazione inversa"), non siete passibili di pena, almeno in alcune parti degli Stati Uniti.

Questo droide, come ogni droide, ha spesso ragione. La condizione dell'essere droide è quella di conoscere tutto a proposito di un argomento, e nulla riguardo a tutto il resto. Con il suo intervento pronto ed immediato il droide ha stabilito che il sistema che attualmente regola la proprietà intellettuale contiene diverse regole ingegnose ed intricate. La complessità delle norme rende possibile ai professori di essere eruditi, ai Deputati degli Stati Uniti di ricevere finanziamenti elettorali, agli avvocati di vestirsi con abiti eleganti e scarpe di lusso, ed a Murdoch di essere ricco. Per lo più, tale complessità si è evoluta in un'età di distribuzione industriale dell'informazione, quando l'informazione era contenuta in maniera analogica in oggetti fisici dall' alto costo di produzione, trasporto e vendita. Quando il sistema è applicato all'informazione digitale, che si muove senza senza attriti attraverso la rete, ed ha un costo marginale per copia pari a zero, le cose possono ancora vagamente funzionare, ma solo se si è disposti a chiudere un occhio.

Ma il punto non è questo. Ciò che mi preme sottolineare è un altro aspetto: che il nostro mondo consiste in misura sempre maggiore di null'altro che lunghissimi numeri (noti anche col nome inglese di bitstreams, flussi di bit), e che - per ragioni che non hanno nulla a che fare con le proprietà dei numeri in se stessi - il sistema legale contemporaneo fa sì che numeri simili siano trattati in modo completamente diverso. Nessuno può dire, solo guardando ad un numero composto da cento milioni di cifre, se esso è soggetto a brevetti, diritti d'autore, vincoli di segreto industriale, o se esso non è "proprietà" di alcuno. Pertanto, il nostro sistema legale - che partorisce le sue benefiche conseguenze per esperti legali, deputati, stilisti di moda, e per il Grande Rupert in persona - si sente ora obbligato a trattare cose indistinguibili in modi diversi.

Orbene, nel mio ruolo di storico del diritto interessato allo sviluppo secolare (cioè a lungo termine) del pensiero giuridico, io sostengo che regimi legali fondati su drastiche, ma indecidibili, distinzioni fra oggetti fra loro simili, sono radicalmente instabili. Col passare del tempo essi vanno in disfacimento perché ogni istanza in cui le regole sono applicate è un invito per almeno una delle parti in causa a obiettare che un particolare oggetto, invece di ricadere nella categoria A, cade invece nella categoria B, dove le regole sono più favorevoli alla parte che solleva l'obiezione. Questo gioco - se una macchina per scrivere sia da considerarsi uno strumento musicale ai fini di stabilire la sua tariffa di trasporto ferroviario, o se una pala meccanica sia un autoveicolo - spesso produce ingegnosi equilibrismi legali. Ma quando le categorie legali tradizionalmente stabilite richiedono ai giudici di distinguere ciò che è di natura indistinguibile, allora il gioco diventa infinitamente lungo, infinitamente costoso, ed altamente offensivo dell'intelligenza dello spettatore neutrale.[8].

Così le parti in causa possono spendere tutto il denaro che le loro tasche possono permettersi facendo pressione su giudici e legislatori - e nel caso dei "proprietari" del nuovo mondo digitale si tratta davvero di belle somme - ma alla fine, le regole che essi acquistano non possono funzionare. Prima o poi i paradigmi devono crollare. Naturalmente, se "poi" significa "fra due generazioni", la distribuzione di ricchezza e di potere venutasi a cristallizzare nel frattempo potrebbe non essere reversibile se non con mezzi altrettanto drastici di un bellum servile dei teledipendenti contro i magnati delle telecomunicazioni. Perciò, sapere che la Storia non è dalla parte di Bill Gates non è abbastanza. Stiamo facendo previsioni del futuro in un senso molto limitato: sappiamo che le regole convenzionali, che ancora hanno la forza della tradizione dietro alle loro spalle, non hanno più significato. Le parti in causa ne useranno e ne abuseranno liberamente, finché la "rispettabile" maggioranza conservatrice della pubblica opinione si accorgerà della loro morte, con risultati incerti. Ma gli accademici attenti dovrebbero già aver rivolto la loro attenzione alla ricerca di nuove linee di pensiero.

Quando si raggiunge questo punto in questo tipo di discorsi, ecco che interviene l'altro protagonista principale dell'imbecillità educata: il "Contabile Miope". Così come il PI-Droide, il Contabile Miope è una specie di porcospino[9]. Mentre il Droide è devoto alla logica a scapito dell'esperienza, il Contabile Miope si specializza nello sviluppare teorie della natura umana vigorose e molto coerenti, ma totalmente sbagliate. Secondo la visione del Contabile Miope, ciascun essere umano è un individuo che ha bisogno di "incentivi", la natura dei quali può essere intuita esaminando la situazione del suo conto in banca in tempi successivi. E quindi il Contabile si sente in dovere di obiettare che, senza quelle regole che io sto prendendo in giro, non ci sarebbe alcun incentivo a creare quegli oggetti che le regole stesse trattano come proprietà: se non esistesse la possibilità di escludere il prossimo dalla fruizione della musica non ci sarebbe musica, perché nessuno sarebbe sicuro di ricevere un compenso per averla creata.

La musica non è, comunque, l'oggetto della nostra discussione. Il software che vorrei prenderi in considerazione in questo momento è un'altro: si tratta dei programmi per computer. Ma visto che siamo caduti, almeno di passaggio, sull'argomento, e, visto che non è possibile (come abbiamo visto) fare una vera distinzione fra un programma per computer e la registrazione di un concerto, lasciatemi dire una parola o due sull'argomento. Per lo meno avremo la soddisfazione di argomentare ad pygmeam. Quando un Contabile Miope diventa ricco, egli (per quel che è la mia esperienza) comincia a frequentare il teatro dell'opera. Ma, indipendentemente dal numero di volte che assiste al Don Giovanni, non gli capita mai di riflettere che la sorte di Mozart, se la sua teoria fosse vera, avrebbe dovuto completamente scoraggiare Beethoven, né mai si rende conto che Il Flauto Magico invero esiste, anche se Mozart sapeva benissimo che non avrebbe mai ricevuto un compenso per esso. Infatti Il Flauto Magico, La Passione Secondo San Matteo, i mottetti dell' uxoricida Carlo Gesualdo, sono tutti parte della secolare tradizione del software libero, nel senso più generale del termine, cosa che il Contabile Miope non riesce proprio ad ammettere.

Il problema di fondo nella teoria del Contabile è che gli "incentivi" sono meramente una metafora, e per di più una metafora piuttosto balorda, se essa viene generalizzata per descrivere ogni atto della creatività umana. Come ho già osservato in precedenza, [10] una metafora migliore è emersa il giorno in cui Michael Faraday per la prima volta avvolse un filo conduttore a spirale intorno ad un magnete e mise in rotazione il magnete. Nel filo prese a scorrere unaa corrente elettrica. Ma noi non parliamo in termini di incentivi per gli elettroni ad andaresene a spasso. Noi diciamo che la corrente è il risultato di una proprietà che emerge dal sistema filo-magnete, chiamata induzione. La domanda, allora, è: "quale è la resistenza del filo?". Così il Corollario Metaforico di Moglen alla Legge di Faraday dice che se si avvolge Internet intorno ad ogni persona del pianeta e si mette in rotazione il pianeta, del software prende a scorrere nella rete. La proprietà che emerge da un sistema di menti umane in comunicazione fra loro è il fatto che esse realizzano opere per il reciproco godimento e per vincere il loro penoso senso di solitudine. L'unica domanda da chiedersi è: qual'è la resistenza della rete? Il Corollario Metaforico di Moglen alla Legge di Ohm dice che la resistenza della rete è inversamente proporzionale alla intensità del campo di "proprietà intellettuale" del sistema. E, quindi, la risposta corretta alle obiezioni del Contabile Miope è: resistete alla resistenza!

Naturalmente, tutto ciò sembra andar bene in teoria. "Resistete alla resistenza" è un bello slogan, ma avremmo un problema molto serio, non ostante la teoria, se il Contabile avesse ragione e la produzione di software di qualità declinasse perché non abbiamo concesso alle persone di averne la proprietà. Ma Contabili e Droidi sono due diversi esempi di formalisti. Invece il vantaggio del realismo è che, se si parte dall'evidenza fattuale, essa non tradisce mai. A ben vedere si scopre che trattare il software come se fosse una proprietà, porta a produrre del cattivo software.

II. Software come Proprietà: Il Problema Pratico

Per capire perchè considerare il software come una proprietà ci fa produrre del software di cattiva qualità è necessaria una introduzione alla storia di quest'arte. In effetti, si potrebbe cominciare con la stessa parola "arte". Scrivere programmi per computer è una combinazione di ragionamento analitico e di invenzione letteraria.

A prima vista, di certo, il codice sorgente non appare come una forma di composizione letteraria [11]. Ciò che ci si aspetta da un programma per computer è che funzioni, vale a dire, il programma deve operare secondo le specifiche che descrivono formalmente quali output esso deve fornire in funzione dei suoi input. Ad un livello così generale l'aspetto funzionale di un programma di computer è tutto ciò che importa.

Ma i veri programmi per computer esistono in qualità di parti di sistemi informatici, i quali sono insiemi interagenti di hardware, software e di persone. La componente umana di un sistema informatico include non solo i suoi utenti, ma anche le persone (non necessariamente coincidenti con gli utenti) che curano la manutenzione e l'aggiornamento del sistema. Il codice sorgente non solo comunica col computer, che esegue il programma attraverso l'intermediazione del compilatore che ha prodotto il codice oggetto in linguaggio macchina, ma comunica anche ad altri programmatori.

La funzione del codice sorgente in relazione ad altri programmatori è difficile da cogliere per coloro che non sono dei programmatori, e che spesso tendono a pensare ai programmi per computer come a qualcosa di incomprensibile. Tali persone sarebbero sorprese di conoscere che il grosso dell'informazione contenuta nella maggior parte dei programmi è, dal punto di vista del compilatore o dell'interprete del linguaggio, un "commento", cioè è del materiale che non ha effetto sulla funzione del programma. I commenti, naturalmente, si rivolgono a coloro che possono aver bisogno di correggere un errore nel programma, o di alterarlo, o di migliorarne le prestazioni. Nella maggior parte dei linguaggi di programmazione si impiega più spazio per dire ad altre persone che cosa fa il programma che per dire al computer che cosa fare.

La progettazione di un linguaggio di programmazione si è sempre svolta sotto il duplice vincolo di essere sia una specifica completa di ciò che deve essere eseguito dalla macchina, sia di essere una descrizione comprensibile dai lettori umani. Si possono identificare tre strategie di base nella progettazione dei linguaggi di programmazione per raggiungere questo fine. La prima, inizialmente usata per progettare linguaggi specifici ad un particolare prodotto hardware, e nati col nome collettivo di "linguaggi assembler", di fatto separava la porzione di programma dedicata alla comunicazione con l'uomo da quella dedicata alla comunicazione con la macchina. Le istruzioni in assembler sono dei parenti molto prossimi alle istruzioni in linguaggio macchina: in generale, una linea di programma in assembler corrisponde ad una singola istruzione in linguaggio macchina. Il programmatore controlla le operazioni della macchina nel modo più specifico possibile, e, se è ben disciplinato, egli scrive dei commenti a fianco delle istruzioni, fermandosi approssimativamente ogni centinaio di istruzioni per scrivere dei commenti più generali per illustrare la strategia del programma o documentare le principali strutture di dati da esso manipolate.

Un secondo approccio, il cui esempio caratteristico è il COBOL (acronimo di "Common Business-Oriented Language", che in italiano suona più o meno come "Linguaggio Ordinario per le Applicazioni Commerciali"), fu quello di far sembrare il programma stesso un insieme di istruzioni in linguaggio naturale, scritte in uno stile contorto, ma, in linea di principio, leggibile da chiunque. Una linea di COBOL potrebbe essere, per esempio, "MULTIPLY PRICE TIMES QUANTITY GIVING EXPANSION" ("MOLTIPLICA PREZZO PER QUANTITA RISULTATO ESPANSIONE"). Inizialmente, quando il Pentagono ed esperti delle industrie cominciarono in collaborazione a progettare il COBOL nei primi anni 60, questo approccio sembrò promettente. Apparentemente, i programmi in COBOL si auto-documentavano quasi del tutto, permettendo ad ampi gruppi di lavoro di collaborare nella creazione di programmi di grosse dimensioni, e di istruire dei programmatori i quali, pur essendo degli impiegati specializzati, non avevano bisogno di conoscere la macchina in modo altrettanto dettagliato di un programmatore assembler. Ma il livello di astrazione al quale questi programmi si auto-documentavano era stato scelto in modo sbagliato. Per i dettagli operativi, una notazione più formale e più sintetica, quale, per esempio "expansion = price x quantity", (espansione = prezzo x quantita) è da considerarsi migliore, anche nel caso di applicazioni commerciali o finanziarie dove, comunque, sia chi scrive che chi legge ha una certa dimestichezza con le espressioni matematiche. D'altro canto, specificare i dettagli dell'esecuzione con un linguaggio prolisso, non rendeva inutile la descrizione delle strutture di dati e del contesto generale in cui venivano eseguite le operazioni.

Per questo motivo, nei tardi anni sessanta, i progettisti di linguaggi cominciarono a sperimentare forme di espressione che miscelavano in modo sottile l'espressione dei dettagli operativi e delle informazioni non esecutive necessarie per modificare o per correggere i programmi. Alcuni scelsero la strada di linguaggi altamente simbolici e sintetici, con i quali il programmatore manipola i dati in modo astratto, cosicché "AxB" può significare la moltiplicazione di due numeri interi, di due numeri complessi, di due grosse liste, o di ogni altro tipo di dati a cui si può applicare il concetto di "moltiplicazione". La specifica operazione da eseguire è determinata dal computer sulla base del contesto che specifica la natura delle variabili "A" e "B" al momento dell'esecuzione. [12]. Poiché questo approccio dava luogo a programmi estremamente coincisi, si pensava di aver semplificato il problema di rendere il codice comprensibile a coloro che, in un secondo momento, dovessero modificare o correggere il codice. Nascondendo i dettagli tecnici delle operazioni del computer, e mettendo l'enfasi sull'algoritmo, si potevano inventare dei linguaggi che erano migliori dell'inglese o di altri linguaggi naturali per l'espressione di processi passo-passo. I commenti sarebbero stati non solo inutili, ma avrebbero anche creato confusione, così come certe metafore usate per esprimere in inglese alcuni concetti matematici per lo più confondono, piuttosto che chiarire le idee.

Come Abbiamo Creato il Pasticcio del Microcervello.

La storia dei linguaggi di programmazione riflette direttamente l'esigenza di trovare forme di comunicazione uomo-macchina che siano efficaci nel comunicare idee complesse ad altri uomini. L'"espressività" divenne una proprietà dei linguaggi di programmazione, non perché faciliti l'esecuzione, ma perché facilita la creazione collaborativa e la manutenzione di sistemi software di sempre maggiore complessità.

A prima vista, ciò sembra giustificare l'applicazione del pensiero tradizionale sul diritto d'autore ai lavori informatici. Pur lavorando su di elementi "funzionali", i programmi per computer hanno caratteristiche "espressive" di altissima importanza. La dottrina del diritto d'autore riconosce la fusione di funzionalità e di espressione come una caratteristica di molti lavori soggetti a queste norme. Il "codice sorgente" contenente sia istruzioni per la macchina, necessarie alla funzionalità operativa, sia i "commenti" espressivi rivolti ai lettori umani, era un buon candidato per la protezione in termini di diritto d'autore.

Ciò è vero solo fintanto che sia inteso che la componente espressiva nel software è presente solo allo scopo di facilitare la realizzazione di "lavori derivati". Se non fosse per l'intenzione di facilitare le modifiche, gli elementi espressivi dei programmi sarebbero totalmente superflui, ed il codice sorgente non sarebbe più degno di protezione in termini di diritto d'autore del solo codice oggetto, che è prodotto dal processore di linguaggio, ed è purgato di tutto, salvo le caratteristiche puramente funzionali del programma.

Lo stato dell'industria informatica tra gli anni sessanta e settanta, quando furono stabilite le regole di base per la realizzazione di sofisticati programmi per computer, nascondeva la tensione implicita in questa situazione. In quel periodo l'hardware era costoso. I computer erano aggregati di macchine sempre più grandi e complessi, e l'industria della progettazione e della costruzione di tali macchine multiuso era dominata, per non dire monopolizzata, da una unica casa. La IBM regalava il software. Di certo, essa era proprietaria dei programmi prodotti dai suoi impiegati, e reclamava i diritti d'autore sul codice sorgente. Ma, al tempo stesso, distribuiva i programmi in forma gratuita - includendo il codice sorgente - ai suoi clienti, e li incoraggiava a realizzare e ridistribuire modifiche o miglioramenti ai programmi stessi. Per una industria che era dominante nella produzione dell'hardware, questa strategia era sensata: programmi migliori facevano vendere più computer, e le vendite dei computer erano la sorgente dei guadagni dell'azienda.

I computer, in questo periodo, tendevano a essere aggregati all'interno di certe particolari organizzazioni, ma non a comunicare diffusamente fra di loro. Il software necessario al loro funzionamento non era distribuito tramite una rete informatica, ma su bobine di nastro magnetico. Questo metodo di distribuzione facilitava uno sviluppo centralizzato del software, cosicché, mentre i clienti della IBM erano liberi di modificare e migliorare i programmi, tali modifiche erano condivise innanzitutto con la stessa IBM, la quale ponderava se, ed in quale forma, incorporare tali cambiamenti nella versione del software da essa sviluppata e distribuita. Perciò il miglior software al mondo era libero, secondo due importanti accezioni: esso era gratis, ed i termini sotto i quali era distribuito permettevano ed incoraggiavano sperimentazione, cambiamenti e modifiche [13]. Che il software in questione fosse proprietà della IBM secondo l'interpretazione prevalente della legge sul diritto d'autore, stabiliva certamente alcuni limiti teorici sull'abilità degli utenti di distribuire a terzi le loro migliorie o adattamenti, ma, di fatto, il software dei "mainframe" era sviluppato in modo cooperativo dal produttore dominante di hardware e dai suoi utenti tecnicamente esperti, impiegando le risorse logistiche del produttore per ridistribuire i risultati alla comunità degli utenti. Il diritto di escludere gli altri, una delle fondamentali "stecche nel fascio" dei diritti di proprietà (secondo una immagine cara alla Suprema Corte degli Stati Uniti), era, ai fini pratici, non importante, o addirittura non opportuna per l'industria del software[14].

Dopo il 1980, tutto cambiò. Il mondo dei "mainframe" cedette il passo nel giro di dieci anni al mondo dei PC di largo consumo. Il sistema operativo divenne l'unico prodotto di rilievo per una azienda che non produceva hardware. Il software di base di alta qualità cessò di essere parte della strategia di differenziazione del prodotto da parte dei produttori di hardware. Invece, una azienda avente il controllo di una larghissima parte del mercato, e con l'assenza d'interesse a promuovere la diversità propria di chi è in regime di quasi monopolio, determinò le consuetudini seguite dall'industria del software. In questo contesto, il diritto di escludere i terzi dalla partecipazione nella formazione del prodotto, divenne estremamente importante. Il potere di mercato di Microsoft risiedeva unicamente nella sua proprietà del codice sorgente di Windows.

Per Microsoft, dei terzi che facessero "lavori derivati", ovvero modifiche e correzioni, erano una minaccia alla risorsa fondamentale dell'azienda. Infatti, come alcuni procedimenti giudiziari si avviano a accertare, la strategia d'affari di Microsoft era quella di trovare nel mercato del software idee innovative sviluppate da altri, comprarle, e sopprimerle o incorporarle in prodotti gravati dai propri diritti di proprietà. Il mantenimento del controllo sulle operazioni di base di computer fabbricati, venduti, posseduti ed usati da altri, rappresentava una lunga e redditizia leva sullo sviluppo della cultura [15]; il diritto di escludere i terzi rimbalzava al centro della scena nel concetto di software come proprietà.

I risultati, per quel che riguarda la qualità del software, furono disastrosi. Il monopolista era una ricca e potente azienda che impiegava un gran numero di programmatori, e tuttavia non le sarebbe stato economicamente possibile permettersi di impiegare il gran numero di collaudatori, progettisiti e sviluppatori richiesti per produrre del software flessibile, robusto e tecnologicamente innovativo, appropriato per l'ampio spettro di condizioni operative in cui gli ormai onnipresenti PC venivano usati. La sua fondamentale strategia di marketing era basata sul progettare dei prodotti a misura degli utenti più sprovveduti sul piano tecnico, e di usare "paura, incertezza e dubbio" (espressione nota in ambito Microsoft come "FUD" da "fear, uncertainty, and doubt") per distogliere gli utenti più evoluti dai propri potenziali concorrenti, la cui sopravvivenza a lungo termine, a confronto col potere di mercato di Microsoft, era sempre messa in discussione.

Senza la costante interazione fra utenti capaci di correggere e migliorare il sistema operativo ed il produttore del sistema operativo stesso, l'inevitabile deterioramento della qualità non poteva essere arrestato. Ma siccome la rivoluzione del personal computer aveva espanso esponenzialmente il numero di utenti, quasi tutti coloro che erano venuti in contatto con questi sistemi informatici non conoscevano nient'altro con cui paragonarli. Ignari degli standard di stabilità, affidabilità, facilità di aggiornamento ed efficacia, che erano correnti nel mondo dei mainframe, gli utenti di personal computer difficilmente potevano intuire quanto peggio, in termini relativi, funzionasse il software prodotto dal monopolio. Mentre la potenza e la capienza dei personal computers si espandeva rapidamente, i difetti del software erano resi meno ovvi nel generale aumento di produttività. Gli utenti ordinari, quasi spaventati dalla tecnologia che essi capivano solo in piccolissima parte, di fatto gradivano i difetti del software. In una economia che passava attraverso misteriose trasformazioni, con la concomitante destabilizzazione di milioni di carriere, era perversamente tranquillizzante che nessun personal computer fosse abile di girare per più di una manciata di ore consecutive senza imballarsi. Anche se era frustrante perdere il lavoro in corso ogni volta che capitava una avaria inaspettata, la evidente fallibilità dei computer era intrinsecamente rassicurante [16].

Niente di tutto ciò era necessario. Si sarebbe potuto evitare la bassa qualità del software per personal computer includendo gli utenti in modo diretto nel processo, intrinsicamente evolutivo, della progettazione e dell'implementazione del software. Una evoluzione lamarkiana, in cui i miglioramenti possono essere realizzati ovunque e da chiunque, ed ereditati dal resto del mondo, avrebbe cancellato il deficit, riportando il mondo dei PC alla stabilità ed affidabilità del software scritto nell'ambiente dell'epoca dei mainframe, non completamente dominato dall'esercizio dei diritti di prorpietà. Ma il piano d'affari di Microsoft impediva una ereditarietà lamarkiana dei miglioramenti al software. La dottrina del copyright, sia in generale, sia nella sua particolare applicazione al software, ci sposta verso un universo creazionista; in questo caso, il problema è che BillG il Creatore era ben lontano dall'essere infallibile, e, infatti, non tentava nemmeno di esserlo.

A rendere quest'ironia ancor più severa, la crescita della rete aveva reso l'alternativa non proprietaria ancor più pratica. Ciò che sia la letteratura tecnica, sia quella divulgativa, indicano come una cosa ("internet") è, di fatto, il nome di una condizione sociale: il fatto che ognuno in una società in rete è connesso direttamente, e senza intermediazione, a chiunque altro.[17]. L'interconnessione globale delle reti informatiche eliminò il collo di bottiglia che nell'epoca dei mainframe rendeva necessario un produttore centralizzato di software che razionalizzasse e distribuisse i risultati delle innovazioni individuali.

E così, in una delle piccole ironie della storia, al trionfo globale del software di cattiva qualità nell'era dei PC, si oppose una sorprendente combinazione di forze: la trasformazione sociale indotta dalla rete, una teoria di politica economica nata in Europa e da tempo discreditata, ed una piccola banda di programmatori sparpagliata nel mondo intero ed ispirata da un' unica, semplice idea.

Il Software Vuole Essere Libero: ovvero, Come Smetterla di Preoccuparsi ed Amare la Bomba

Molto prima che la rete delle reti divenisse una realtà pratica, prima ancora che ce ne fosse l'idea, c'era il desiderio che i computer operassero sulla base di software liberamente disponibile a tutti. Ciò cominciò come una reazione al software proprietario nell'epoca dei mainframe, e richiede un'altra breve digressione storica.

Anche se IBM era il più grosso venditore di computer per uso generale nell'epoca dei mainframe, non era il più grosso progettista e costruttore di tale tipo di hardware. Infatti, il monopolio telefonico American Telephone & Telegraph (AT&T) superava IBM, ma riservava il suo prodotto per uso interno. E presso i famosi Laboratori Bell, sede della ricerca del monopolio telefonico, nei tardi anni sessanta, nacque un sistema operativo chiamato Unix, come sviluppo sulle idee riguardo ai linguaggi di programmazione descritte in precedenza.

L'idea di Unix era quella di creare un unico sistema operativo, scalabile in modo da poter esistere su qualunque computer, sia piccolo sia grande, che il monopolio telefonico avesse costruito per uso interno. Raggiungere questo scopo voleva dire scrivere un sistema operativo non in linguaggio macchina, e nemmeno in assembler, la cui forma linguistica è legata ad una particolare architettura hardware, ma in un linguaggio più espressivo e generale. Quello che fu scelto era anch'esso un'invenzione dei Laboratori Bell, ed è chiamato " linguaggio C".[18]. Il linguaggio C divenne comune, finanche dominante, in molti ambiti di programmazione, e, per la fine degli anni settanta, il sistema operativo Unix, scritto in tal linguaggio, era stato trasferito (o "portato", in gergo tecnico) su computers di molti costruttori diversi e basati su differenti architetture.

AT&T distribuì ampiamente Unix, e, a causa della natura stessa di questo sistema operativo, dovette distribuirlo in formato di codice sorgente C. Ma AT&T mantenne la proprietà del codice sorgente e obbligò gli utenti ad acquistare licenze che proibivano la ridistribuzione e la creazione di lavori derivati. Grandi centri di elaborazione di dati, sia industriali che accademici, potevano permettersi di pagare tali licenze, ma esse erano fuori dalla portata di singoli individui, e, inoltre, le restrizioni della licenza impedivano alla comunità dei programmatori che usavano Unix di migliorarlo in modo evolutivo, anziché episodico. Mentre i programmatori di tutto il mondo cominciavano a desiderare e persino ad aspettarsi la rivoluzione dei personal computer, lo stato "non libero" di Unix divenne fonte di preoccupazione.

Tra il 1981 ed il 1984 un uomo coltivò il sogno di una crociata per cambiare questa situazione. Richard M. Stallman, a quell'epoca un impiegato del Laboratorio Intelligenza Artificiale del MIT, concepì l'impresa di riprogettare e reimplementare in modo indipendente e collaborativo un sistema operativo che fosse un vero software libero. Un software, secondo le parole di Stallman, libero nel senso che garantisce delle libertà, e non meramente "gratis". Chiunque avrebbe potuto liberamente modificare e ridistribuire tale software, o anche rivenderlo, col solo vincolo di non potere in alcun modo ridurre i diritti di coloro a cui il software veniva ceduto. In questo modo il software libero poteva divenire un progetto che si auto-organizzava, in cui nessuna innovazione sarebbe andata persa a causa di un esercizio di diritti di proprietà. Il sistema, per decisione di Stallman, sarebbe stato chiamato GNU, che vuol dire (ed è il primo esempio del gusto per acronimi ricorsivi che ha caratterizzato il software libero da allora) "GNU's Not Unix" ("GNU Non è Unix"). Non ostante alcuni timori sulla validità della scelta di Unix, e sui suoi termini di distribuzione, GNU fu pensato per beneficiare della vasta, sebbene non libera, disponibilità di Unix in forma di codice sorgente. Stallman cominciò il Progetto GNU scrivendo dei componenti per un sistema operativo che ancora non esisteva, ma che potevano anche funzionare, senza bisogno di modifiche, sui sistemi Unix già esistenti. Pertanto, lo sviluppo degli strumenti GNU potè procedere direttamente nell'ambiente delle università e di altri grandi centri di elaborazione di dati in tutto il mondo.

Il progetto aveva una portata immensa. In qualche modo si dovevano trovare, organizzare, e mettere all'opera programmatori volontari per realizzare tutte le componenti che erano necessarie per realizzare l'opera ultima. Stallman stesso fu l'autore principale di alcuni strumenti fondamentali. Altri furono scritti un pò ovunque da piccoli o grandi gruppi di programmatori ed incorporati nel progetto di Stallman, oppure distribuiti indipendentemente. Alcuni luoghi nella nascente rete divennero gli archivi del codice sorgente di questa componentistica GNU, e, nel corso degli anni ottanta, gli strumenti GNU si meritarono l'adozione e l'ammirazione da parte di utenti di Unix in tutto il mondo. La stabilità, affidabilità, e facilità di manutenzione degli strumenti GNU divenne proverbiale, mentre le profonde abilità di Stallman come progettista continuarono a accelerare, e a stabilire gli scopi per il progetto in evoluzione. L'assegnazione a Stallman della Premio MacArthur nel 1990 fu un riconoscimento appropriato per le sue innovazioni sia tecniche che concettuali, e per le loro conseguanze sociali.

Il Progetto GNU, e la Free Software Foundation (Fondazione per il Software Libero) a cui esso diede nascita nel 1985, non furono le sole sorgenti di idee riguardo al software libero. Nella comunità accademica si svilupparono molte forme di licenza per lavori soggetti a copyright volte a incoraggiare un uso libero (o parzialmente libero) del software, per lo più nell'ambito del sistema Unix. L'Università della California a Berkeley cominciò la progettazione e la realizzazione di un'altra versione di Unix, destinata alla libera ridistribuzione in ambito accademico. Esso fu chiamato Unix BSD, e si rifaceva allo Unix di AT&T come standard di riferimento. Il codice fu ampiamente diffuso e costituì un serbatoio di strumenti ed un termine di paragone per le tecniche di programmazione, ma i suoi termini di licenza ne limitavano gli ambiti di applicabilità, mentre l'eliminazione dalla distribuzione delle porzioni di codice specifiche a ciascun tipo di hardware, poiché gravate da diritti di proprietà, voleva dire che, di fatto, nessuno poteva compilare da BSD un sistema operativo funzionante autonomamente. Altri lavori in ambito universitario diedero luogo a software quasi libero; per esempio, l'interfaccia utente grafica (GUI) per sistemi Unix, chiamata X Windows, fu creata presso il MIT e distribuita in forma di codice sorgente secondo termini che ne permettevano la modifica liberamente. Finalmente, nel 1989-1990 uno studente di informatica presso l'Università di Helsinki, Linus Torvalds, cominciò il progetto che chiuse il circuito e diede piena potenza alla visione del software libero.

Ciò che fece Torvalds fu di adattare uno strumento didattico ad usi reali. Il kernel MINIX di Andrew Tanenbaum [19] era un punto fermo nei corsi sui sistemi operativi, poiché fornisce un esempio di come dare soluzioni semplici a problemi di base. Lentamente, e, inizialmente senza riconoscerlo, Linus cominciò a trasformare il kernel MINIX in un vero e proprio kernel Unix per processori Intel x86, il motore che fa girare i comuni PC di tutto il mondo. Mentre Linus cominciava a sviluppare questo kernel, che chiamò Linux, egli capì che il modo migliore per far funzionare il suo progetto era quello di orientare le sue decisioni tecniche in modo da rendere compatibile col suo kernel gli strumenti GNU già esistenti.

Il risultato del lavoro di Torvalds fu il rilascio in rete nel 1991, sotto forma di software libero, di un abbozzo funzionante di un kernel per un sistema operativo di classe Unix, destinato a girare sui PC, completamente compatibile e progettato in modo convergente con la larga serie di componenti di sistema di alta qualità creati dal Progetto GNU di Stallman e distribuiti dalla Free Software Foundation. Poiché Torvalds decise di rilasciare il kernel Linux sotto la General Public License (Licenza Pubblica Generale) della Free Software Foundation (di cui parleremo nel seguito), le centinaia, e successivamente migliaia, di programmatori in tutto il mondo che decisero di contribuire coi loro sforzi all'ulteriore sviluppo del kernel, potevano essere sicuri che tali sforzi sarebbero sfociati nella produzione di software permanentemente libero, che nessuno avrebbe mai potuto trasformare in un prodotto proprietario. Ciascuno sapeva che chiunque sarebbe stato in grado di sperimentare, migliorare e ridistribuire le proprie modifiche. Torvalds accettava i contributi liberamente, e con stile geniale ed efficace manteneva in rotta il progetto, senza raffreddare gli entusiasmi. Lo sviluppo del kernel Linux fornì la prova che Internet aveva reso possibile aggregare gruppi di programmatori di gran lunga più ampi di quelli che una qualunque organizzazione commerciale potesse permettersi, organizzati, quasi senza gerarchia, nello sviluppo di un progetto che, in seguito, ha sorpassato il milione di linee di codice - un livello di collaborazione fra volontari non retribuiti e geograficamente dispersi inimmaginabile in precedenza nella storia umana.[20].

Nel 1994 Linux raggiunse la versione 1.0, diventando un kernel usabile per scopi operativi. Il versione 2.0 fu raggiunta nel 1996, e nel 1998, il kernel 2.2.0 divenne disponibile non solo per macchine x86, ma anche per molte altre architetture. A quel punto GNU/Linux- la combinazione del kernel Linux e del ben più ampio insieme dei componenti del progetto GNU - e windows NT erano gli unici due sistemi operativi nel mondo a guadagnare quote di mercato. Nell'ottobre 1998 filtrò all'esterno una valutazione della situazione effettuata da Microsoft per usi interni, che l'azienda stessa successivamente riconobbe come autentica. Essa concludeva che "Linux rappresenta uno Unix della miglior razza, a cui ci si affida per applicazioni d'importanza vitale e, grazie alla disponibilità del suo codice sorgente, possiede una credibilità di lungo termine che eccede quella di molti altri sistemi operativi della concorrenza"[21] I sistemi GNU/Linux sono oggi usati in tutto il mondo. Essi soddisfano un'enorme quantità di esigenze, dai server web a grandi siti di commercio elettronico, a "supercomputer su misura" ottenuti connettendo fra loro singole macchine, fino ai computer che gestiscono l'infrastruttura di rete dei centri finanziari delle banche. GNU/Linux è usato sullo Space Shuttle, e gira in computer nascosti dietro le quinte anche presso Microsoft (oh si!). Valutazioni comparative a scopo commerciale dell'affidabilità di sistemi Unix hanno mostrato ripetutamente che Linux è di gran lunga il kernel Unix più stabile ed affidabile, con livelli di affidabilità superati solo dagli strumenti GNU. GNU/Linux non solo sorpassa le versioni proprietarie degli Unix commerciali in vari test, ma è famoso per la sua abilità di girare per mesi, indisturbato e senza problemi, in situazioni di alto stress, con grande volume di dati scambiati, senza andare in avaria.

Altri progetti all'interno del movimento per il software libero hanno avuto altrettanto successo. Apache, di gran lunga il leader nel campo dei programmi server per siti web, è un software libero, così come lo è Perl, il linguaggio che è la lingua franca per i programmatori che costruiscono siti web sofisticati. Netscape Communications oggi distribuisce il suo browser Netscape Communicator 5.0 sotto forma di software libero, con una licenza che è molto simile alla General Public License (Licenza Pubblica Generale) della Free Software Foundation (Fondazione per il Software Libero). Alcuni fra i più grossi costruttori di PC, inclusa la IBM, hanno annunciato che offriranno, o già offrono, il sistema operativo GNU/Linux come opzione per l'utente, sui loro PC di alta gamma, da usarsi come server di rete. Samba, un programma che consente ai computer con GNU/Linux di condividere in rete i file con computer Windows, è usato in tutto il mondo come alternativa a Windows NT Server, ed è un efficace concorrente di Microsoft, proprio nella fascia bassa di mercato in cui l'azienda di Redmond è leader. Secondo gli standard di qualità del software che sono stati accettati dall'industria per decenni - e la cui importanza, anche al giorno d'oggi, vi sarà chiara la prossima volta che il vostro PC con Windows andrà in crash - le notizie di fine secolo non hanno ambiguità. L'azienda che fa registrare i massimi profitti e che detiene il massimo potere, si ritrova ad essere seconda e ben distanziata, pur avendo eliminato dalla gara tutti, tranne che il vero vincitore. L'attitudine a considerare ogni cosa come una proprietà, unita al vigore capitalistico, ha distrutto qualunque competizione commerciale, ma quando si tratta di scrivere del buon software, l'anarchia vince!

III. L'Anarchia Come Tecnica di Produzione

Questa è una bella storia, e se solo il PI-Droide e il Contabile Miope non fossero stati accecati dalle loro teorie, l'avrebbero vista realizzarsi. E per quanto alcuni di noi abbiano lavorato a questo scopo e l'abbiano predetta per anni, le conseguenze sul piano teorico sono così sovversive rispetto alle linee di pensiero sulle quali i nostri Droidi ed i nostri Contabili si trovano a loro agio, che essi non possono davvero essere biasimati se non riescono a coglierla. I fatti hanno dimostrato che ci deve essere qualche cosa di sbagliato nella metafora degli "incentivi" che alimenta il modo di ragionare convenzionale a proposito di proprietà intellettuale. [22]. Ma i fatti ci hanno mostrato ancor di più. Ci hanno mostrato un' immagine preliminare sul futuro della creatività umana in un mondo globalmente interconnesso, e non si tratta di un mondo fatto per Droidi e Contabili.

Il mio argomento teorico, prima di fare una pausa per rinfrescarci nel mondo reale, può essere riassunto in questo modo: il software - sia esso programmi eseguibili, musica, arti visive, liturgia, piani militari, o qualsivoglia altra informazione - consiste di flussi di bit, i quali, benché essenzialmente indistinguibili fra loro, sono incasellati in una confusa molteplicità di categorie legali. Questa molteplicità, nel lungo periodo, è instabile, per ragioni intrinseche al processo legale. L'insieme instabile di regole è sostenuto dal bisogno di distinguere, nei flussi di dati, fra tipi diversi di interessi riguardanti diritti di proprietà. Questi interessi sono sentiti principalmente da coloro che hanno la possibilità di ricavare un profitto da quelle forme di monopolio socialmente accettabili che derivano dal considerare le idee come proprietà. Le voci di coloro fra noi che sono preoccupati dall'iniquità sociale e dall'egemonia culturale creata da questo regime, intellettualmente insoddisfacente e moralmente ripugnante, sono sopraffatte da quelle dei Contabili e dei Droidi. Essi credono che le regole di proprietà non derivino necessariamente dalla palese bramosia di vivere nel Mondo-di-Murdoch - per quanto qualche piccola co-optazione di lusso è sempre benvenuta - ma che derivino dalla metafora degli incentivi, che essi sostengono essere non solo un'icona, ma una dimostrazione che queste regole - malgrado le loro scomode conseguenze - sono necessarie al fine di produrre software di qualità. Ignorare i fatti è l'unico modo di continuare a credere tutto ciò. Al centro della rivoluzione digitale, con l'esecuzione di flussi di bit che rende possibile tutto il resto, i regimi basati su regole di proprietà, non solo non migliorano la situazione, ma la rendono drasticamente peggiore. I concetti di proprietà, qualunque altra cosa si voglia loro rimproverare, hanno frenato, e non causato, il progresso.

Ma qual'è questa misteriosa alternativa? Il software libero esiste, ma quali sono i suoi meccanismi, e come può essere astratto ai fini di costruire una teoria della società digitale non basata sui diritti di proprietà?

La Teoria Legale del Software Libero

Esiste il mito, come tutti i miti parzialmente fondato su fatti reali, che i programmatori di computer siano tutti dei libertari. Quelli di destra sarebbero dei capitalisti, attaccati alle loro cedole azionarie, e sprezzanti delle tasse, dei sindacati, delle leggi sui diritti civili; quelli di sinistra odierebbero il mercato ed il governo, propugnerebbero la crittografia forte, quand'anche essa favorisse il terrorismo nucleare, [23] e disprezzerebbero Bill Gates per il solo motivo che egli è ricco. Esiste certamente un fondamento per queste credenze. Ma la differenza più significativa tra il pensiero politico all'interno del mondo degli alfabetizzati informatici e all'infuori di esso è che, nella società della rete, l'anarchia (o, più propriamente, l'individualismo anti-possessivo) è una filosofia politica praticabile.

Il punto focale del successo del movimento per il software libero, ed il capolavoro di Richard Stallman, non è un programma per computer. Il successo del software libero, incluso il successo irresistibile di GNU/Linux, proviene dall'abilità di convogliare uno straordinario numero di contributi di alta qualità in progetti di immenso respiro e profonda complessità. E questa abilità, a sua volta, discende dal contesto legale all'interno del quale si mobilita questa forza lavoro. Come progettista visionario, Richard Stallman ha creato qualcosa di più importante di Emacs, di GDB, o del progetto GNU. Egli ha creato la Licenza Pubblica Generale (GPL).

La GPL[24], nota anche come "permesso d'autore", usa il diritto d'autore, per parafrasare Toby Milsom, per contraffare il fenomeno dell'anarchia. Il preambolo di questa licenza esprime questo concetto:

Quando si parla di software libero (free software), ci si riferisce alla libertà, non al prezzo. Le nostre Licenze (la GPL e la LGPL) sono progettate per assicurarsi che ciascuno abbia la libertà di distribuire copie del software libero (e farsi pagare per questo, se vuole), che ciascuno riceva il codice sorgente o che lo possa ottenere se lo desidera, che ciascuno possa modificare il programma o usarne delle parti in nuovi programmi liberi e che ciascuno sappia di potere fare queste cose.

Per proteggere i diritti dell'utente, abbiamo bisogno di creare delle restrizioni che vietino a chiunque di negare questi diritti o di chiedere di rinunciarvi. Queste restrizioni si traducono in certe responsabilità per chi distribuisce copie del software e per chi lo modifica.

Per esempio, chi distribuisce copie di un programma coperto da GPL, sia gratis sia in cambio di un compenso, deve concedere ai destinatari tutti i diritti che ha ricevuto. Deve anche assicurarsi che i destinatari ricevano o possano ottenere il codice sorgente. E deve mostrar loro queste condizioni di licenza, in modo che essi conoscano i propri diritti.

Diverse varianti di questa idea di base, che definisce il software libero, sono state espresse in licenze di vario tipo, come ho già accennato. La GPL è differente dalle altre espressioni di questi valori in un aspetto cruciale, formalizzato nel paragrafo 2 della licenza:

È lecito modificare la propria copia o copie del Programma, o parte di esso, creando perciò un'opera basata sul Programma, e copiare o distribuire tali modifiche o tale opera secondo i termini del precedente comma 1, a patto che siano soddisfatte tutte le condizioni che seguono:

...

b) Bisogna fare in modo che ogni opera distribuita o pubblicata, che in parte o nella sua totalità derivi dal Programma o da parti di esso, sia concessa in licenza gratuita nella sua interezza ad ogni terza parte, secondo i termini di questa Licenza.

Il paragrafo 2(b) della GPL è talvolta chiamato "restrittivo", ma il suo intento è liberatorio. Esso crea un common, a cui ciascuno può aggiungere, ma da cui nessuno può sottrarre. In forza del 2(b), chiunque contribuisca ad un progetto protetto dalla GPL ha la garanzia che potrà, al pari di ogni altro utente, far girare, modificare, e redistribuire il programma indefinitamente, che il codice sorgente rimarrà sempre disponibile, e che, al contrario di ciò che capita col software commerciale, la longevità del progetto non sarà limitata da contingenze di mercato o da decisioni future di altri sviluppatori. Questa "ereditarietà" della GPL è stata spesso criticata come un esempio della propensione anti commerciale del movimento per il software libero. Niente è più lontano dalla verità. L'effetto del 2(b) è quello di avvantaggiare i distributori commerciali di software libero nei confronti dei mercanti di software proprietario. A conferma di ciò non c'è niente di meglio che sentire la campana di uno di quest'ultimi. Con le parole di Vinod Vallopillil, autore del memorandum interno della Microsoft denominato "Halloween":

La GPL e la sua avversione agli sdoppiamenti del codice assicurano i clienti che, sottoscrivendo una particolare versione commerciale di Linux, essi non si ritroveranno in un vicolo cieco quando esso evolve.

La paura del "vicolo cieco" nel campo del software è alla base delle tattiche FUD.[25].

Tradotto dal Microsoft-linguaggio, ciò vuol dire che la strategia con la quale il venditore dominante di software proprietario rende meno appetibili i prodotti della concorrenza - e cioè instillando paura, incertezza e dubbio (FUD: fear, uncertainty and doubt) riguardo alla capacità di tali prodotti di rimanere competitivi nel lungo termine - è inefficace nei confronti di programmi protetti dalla GPL. Gli utenti di codice con licenza GPL, inclusi coloro che acquistano software e sistemi informatici da rivenditori commerciali, sanno che ogni futura modifica o correzione sarà per tutti accessibile all'interno di quel common, e non devono temere né il fallimento del proprio fornitore, né che qualcuno possa usare una modifica particolarmente utile o una correzione di importanza vitale per "rendere il programma privato".

Questo uso delle regole sulla proprietà intellettuale per creare dei common nel ciberspazio, è l'istituzione centrale che rende possibile il trionfo dell'anarchia. Assicurando l'accesso libero ed ammettendo la possibilità di modifiche ad ogni stadio del processo vuol dire che l'evoluzione del software è veloce, di tipo lamarkiano: ciascuna caratteristica acquisita tramite il lavoro altrui può essere ereditata direttamente. Da qui la maggior velocità con cui, per esempio, il kernel di Linux è cresciuto rispetto ai suoi predecessori proprietari. Poiché la defezione è impossibile, gli scrocconi sono benvenuti, e questo risolve una delle difficoltà principali nell'azione collettiva all'interno dei sistemi sociali basati sul principio di proprietà.

La produzione non basata sui diritti di proprietà è anche direttamente responsabile per la famosa stabilità e affidabilità del software libero, che scaturisce da quella che Eric Raymond chiama la "Legge di Linus": "se ci sono occhi a sufficienza, tutti i bachi saltano fuori". In termini pratici, accesso al codice sorgente vuol dire che se io trovo un errore, io stesso lo posso correggere. Siccome io lo posso correggere, quasi certamente non avrò bisogno di farlo, perché quasi certamente qualcun altro lo avrà già trovato e corretto.

Per la comunità che ruota intorno al software libero, il produrre secondo uno stile anarchico è un imperativo morale; Come scrisse Richard Stallman, è una questione di libertà, non di prezzo. O si tratta forse di una questione utilitaristica, e cioè della ricerca di una tecnica di produzione che permetta di realizzare del software migliore di quello realizzabile con i metodi proprietari? Dal punto di vista del droide, il "permesso d'autore" rappresenta la perversione della teoria, ma, meglio di ogni altra proposta degli ultimi decenni, esso risolve i problemi che sorgono nell'applicare il diritto d'autore agli aspetti espressivi e funzionali dei programmi per computer, collegati fra loro inestricabilmente. Che esso produca del software migliore rispetto a quello prodotto con le tecniche alternative non implica che i principi tradizionali del diritto d'autore debbano essere negati a coloro che desiderano possedere e vendere dei prodotti software di qualità inferiore, o (più caritatevolmente) i cui prodotti si rivolgono a una fascia d'utenza troppo ristretta per permetterne uno sviluppo collettivo. Ma la nostra storia deve servire come monito per i droidi. Il mondo del futuro ha poche somiglianze con quello del presente. Oggi le regole si stanno deformando in due direzioni. Le aziende proprietarie di "icone culturali" e simili beni, che cercano scadenze sempre più lunghe per le opere dei loro autori, convertendo il "tempo limitato" dell' articolo I, 8 in un "possesso indeterminato", hanno cantato musiche suadenti alle orecchie del droide [26]. Dopo tutto, chi ha comprato ai droidi i biglietti per i concerti? Ma, mentre la posizione di chi difende i diritti di proprietà si dirige sempre più verso il cuore del nostro sistema di "software culturale", in accordo con una concezione del diritto d'autore liberata da piccoli fastidi quali i limiti temporali o gli usi consentiti, la controffensiva anarchica è cominciata. Sulle spalle dei droidi cadrà ben di peggio, come vedremo. Ma prima dobbiamo congedarci dai contabili.

Siccome c'è: Il Magnete di Faraday e la Creatività Umana

Dopo tutto, essi meritano una risposta. Perché mai qualcuno scriverebbe software libero se non ne ricevesse un profitto? Di solito, sono state invocate due risposte. Una è giusta a metà, l'altra è sbagliata, ma entrambe sono insufficienti e semplicistiche.

La risposta sbagliata la troviamo nei numerosi riferimenti alla "cultura dello scambio di doni dei programmatori". Questo uso del gergo etnografico si è fatto strada nel nostro campo da qualche anno, ed è subito diventato comunissimo, sebbene sia fuorviante. Serve solo a ricordarci che gli economisti hanno così corrotto i nostri processi di pensiero che confondiamo fra loro tutte le forme non di mercato di comportamento economico. Ma lo scambio di doni, così come il baratto, è una istituzione basata sulla proprietà. La reciprocità è centrale per questi atti simbolici di mutua interdipendenza, e se le radici o il pesce non pesano abbastanza, si finisce nei guai. Il software libero, perdonate la ripetizione, è un common. Non esiste in questo campo un rituale di reciprocità. Una manciata di persone rilasciano il codice che altri vendono, usano, modificano, o prendono in prestito, per riutilizzarne alcune parti all'interno di altri progetti. Sebbene il numero di persone che ha contribuito al progetto GNU/Linux sia molto elevato (decine di migliaia), questo numero è ordini di grandezza più piccolo del numero di persone che lo hanno usato senza aver mai dato qualsivoglia contributo [27].

Parte della risposta corretta è suggerita dall'affermazione che il software libero è scritto da coloro che vedono, come compenso per la propria attività, l'elevarsi della propria reputazione. I più famosi programmatori di Linux, secondo questa teoria, sono noti in tutto il mondo come degli dei dell'informatica. Da ciò essi derivano una maggiore autostima, o degli indiretti benefici materiali. [28]. Ma gli dei dell'informatica, per quanto grande sia il loro contributo al software libero, non hanno fatto il grosso del lavoro. Le reputazioni, come ha spesso spiegato lo stesso Linus Torvalds, si costruiscono riconoscendo di buon grado che il lavoro è stato tutto fatto da altri. Molti osservatori hanno notato che il movimento per il software libero ha anche prodotto della documentazione superlativa. Scrivere la documentazione non è qualcosa che i programmatori abbiano in alta considerazione, e molta della documentazione è stata scritta da persone che non hanno scritto il programma in questione. Né dobbiamo limitare i vantaggi indiretti degli autori al solo incremento della propria reputazione. Molti autori di software libero che io conosco lavorano in industrie ad alta tecnologia, e le abilità di cui danno sfoggio nel più creativo lavoro che essi svolgono al di fuori del mercato, senza dubbio può aumentare in modo quantificabile la loro valutazione all'interno di esso. Per di più, mentre i prodotti del software libero raggiungono la massa critica e diventano la base di un nuovo modo di fare affari, costruito intorno alla distribuzione commerciale di ciò che la gente può procurarsi anche gratis, un numero sempre maggiore di persone vengono assunte col compito specifico di scrivere software libero. Ma per poter essere assunti, essi devono aver già dimostrato il loro valore. È chiaro, dunque, che questo meccanismo è presente, ma non fornisce la spiegazione completa.

Infatti, la risposta completa è semplicemente troppo semplice per essere riconosciuta come tale. Il modo migliore per capirla è quello di seguire la breve ed oscura carriera di un autore di software libero inizialmente riluttante. Vinod Vallopillil, programmatore della Microsoft, mentre scriveva l'analisi comparativa di Linux che filtrò all'esterno come secondo dei famosi "Memorandum di Halloween", comprò ed installò un sistema Linux in uno dei computer del suo ufficio. Egli si ritrovò in difficoltà poiché la distribuzione (commerciale) di Linux che aveva installato non conteneva il demone che gestisce il protocollo DHCP per l'assegnazione dinamica degli indirizzi IP. Il risultato è stato così importante che vale la pena di rischiare un'altra esposizione prolungata allo Stile Letterario Microsoft:

Dopo aver esaminato un piccolo numero di siti web e di FAQ, trovai un sito FTP con un cliente DHCP per Linux. Il cliente DHCP era stato sviluppato da un ingegnere impiegato presso la Fore Systems (come si evinceva dal suo indirizzo di posta elettronica; tuttavia credo che fosse stato scritto al di fuori dell'orario di ufficio). Un secondo insieme di manuali/documentazione per il cliente DHCP era stato scritto da un programmatore in Ungheria che conteneva delle istruzioni relativamente semplici su come installare e caricare il cliente.

Scaricai & spacchettai il cliente e digitai due semplici comandi:

Make - compila il binario del cliente

Make Install - installa i binari come demone di Linux

Digitando "DHCPCD" (che sta per DHCP Client Daemon) sulla linea di comando si attiva il processo di DHCP discovery, e voilà, la rete IP funzionava.

Poiché avevo appena scaricato il codice del cliente DHCP, d'impulso cominciai a giocarci. Per quanto quel cliente non sia così flessibile come il cliente DHCP che forniamo con NT5 (per esempio, non lascia la possibilità di chiedere opzioni arbitrarie & salvare i risultati), mi era ovvio come scrivere il codice addizionale per implementare queste funzionalità. L'intero cliente consisteva di circa 2600 linee di codice.

Un esempio di funzionalità esotica ed esoterica, che era stata chiaramente inserita da una terza persona, era un insieme di routine che agganciava alla richiesta DHCP le stringhe specifiche dell'host richieste dai siti Cable Modem / ADSL.

Qualche passo supplementare fu necessario per configurare il cliente DHCP per attivare e configurare automaticamente la mia scheda Ethernet all'avvio, ma ciò era documentato nel codice del cliente e nella documentazione dello sviluppatore ungherese.

Le mia conoscenze di programmazione in ambiente UNIX sono scarse, ma mi fu immediatamente ovvio come estendere incrementalmente il cliente DHCP (la sensazione era esilarante, come una droga).

Per di più, grazie alla GPL + al fatto di avere un completo sistema di sviluppo di fronte a me, ero in condizione di scrivere le mie modifiche e spedirle per e-mail nel giro di un paio d'ore (a differenza di come le cose funzionano per NT). Affrontare tale impresa mi avrebbe preparato per progetti in ambito Linux di più ampio respiro e maggiore ambizione.[29].

"La sensazione era esilarante, come una droga". Fermi tutti! La Microsoft ha confermato sperimentalmente il Corollario Metaforico alla Legge di Faraday. Attorcigliate Internet intorno ad ogni cervello sulla faccia della Terra e fate girare il pianeta: software comincia a scorrere lungo i fili. Creare è una proprietà emergente della mente umana. "Grazie alla GPL", come Vallopillil ha giustamente sottolineato, il software libero che si era procurato aveva causato un esilarante aumento della sua creatività, non raggiungibile nel suo lavoro ordinario per la Maggiore Azienda Informatica della Terra. Se solo avesse spedito quella prima modifica, chissà dove sarebbe adesso?

Perciò, alla fine, mio caro amico contabile, è nella natura umana. È come chiedersi perché Figaro canta, perché Mozart compose la musica che lui canta, e perché tutti noi parliamo: Perché possiamo. Homo ludens, stringi la mano a Homo Faber. La condizione sociale di interconnessione globale che chiamiamo Internet rende possibile a tutti noi di essere creativi in modi nuovi e mai sognati. A meno che non lasciamo che la "proprietà" interferisca. Ripetete con me, voi contabili e uomini: Resistete alla resistenza!

IV. Signorie Morenti nell'Oscurità?

Per il PI-Droide, appena rientrato in aeroplano da una settimana a Bellagio pagata dalla Dreamworks SKG, tutto ciò è sufficiente a causare un'indigestione.

Sbloccare le potenzialità della creatività umana connettendo tutti fra loro? Spazzare via il sistema della proprietà in modo che noi tutti possiamo unire la nostra voce al coro, quand'anche lo facessimo per fare il montaggio di noi che cantiamo in cima al Tabernacolo dei Mormoni e poi spedire il risultato agli amici? Nessuno seduto imbambolato di fronte alla mistura televisiva di violenza ed imminente copulazione, progettata attentamente per risvegliare l'interesse dei giovani occhi maschili in uno spot della birra? Che cosa succederà alla civiltà? O, comunque, ai predicatori del diritto d'autore?

Ma, forse, tutto ciò è prematuro. Finora ho solo parlato di software. Software vero, vecchia maniera, che gira nei computer. Non come il software che gira nei lettori di DVD, il tipo di software fatto dai Grateful Dead. "Ah, si, i Grateful Dead. C'era qualcosa di strano a proposito di quelli lì, non è vero? Non proibivano le registrazioni ai loro concerti. Non si curavano che i loro fan irritassero l'industria discografica. Però sembra che se la passino bene, bisogna ammettere. Il senatore Patrick Leahy, non era una TestaMorta anche lui? Mi domando se voterebbe per estendere a 125 anni il termine del diritto d'autore a favore delle aziende, per non far perdere il Topo alla Disney nel 2004. E quei lettori di DVD, sono computer anch'essi, no?"

Nella società digitale, è tutto interconnesso. Sul lungo periodo non possiamo dipendere sulla distinzione fra un flusso di bit ed un altro per sapere quale regola applicare. I signori dell'industria discografica oggi si stanno agitando come matti per mantenere il controllo della distribuzione, mentre sia i musicisti, sia gli utenti cominciano a comprendere che non c'è più bisogno di questi mediatori. La grande Potemkin del 1999, la cosiddetta Iniziativa per la Musica Digitale Sicura (SDMI), collasserà molto prima dell'inaugurazione del primo Presidente di Internet, per semplici ragioni tecniche tanto ovvie a chi è addentro a queste cose quanto lo sono le ragioni che hanno dettato il trionfo del software libero.[30]. La rivoluzione anarchica nella musica è differente da quella nel software tout court, ma anche qui - come vi potrà testimoniare qualunque ragazzino con una collezione di MP3 rilasciati da un artista indipendente - la teoria è stata uccisa dai fatti. Che voi siate Mick Jagger, o un grande artista popolare di una nazione del terzo mondo in cerca di un' audience mondiale, o uno che se ne sta in soffitta a reinventare la musica, l'industria discografica presto non avrà più niente da offrirvi che voi non possiate ottenere liberamente ed in forma migliore. E la musica non si sente peggio quando è distribuita gratuitamente, pagando ciò che volete direttamente all'artista, e pagando niente se non vi va. Distribuitela ai vostri amici, ad essi potrebbe piacere.

Ciò che sta accadendo in campo musicale sta anche accadendo nel mondo dell'informazione. Le agenzie di stampa, imparano tutti gli studenti in legge statunitensi, anche prima di frequentare il corso obbligatorio di Copyright per Droidi, possono esercitare diritti di proprietà, difesi dalla legge, riguardo all loro espressione delle notizie (anche se non riguardo al fatto stesso di cui le notizie danno conto)[31]. Perché, allora, esse lasciano libero tutto il loro prodotto? Perché nel mondo della Rete, quasi ogni notizia è un prodotto di reperibilità comune. Il vantaggio originale dei raccoglitori di notizie, quello di avere degli informatori dove i concorrenti non li avevano, era prezioso quando le comunicazioni avevano un alto prezzo. Oggi è irrilevante. Oggi ciò che importa è raccogliere occhi per gli inserzionisti pubblicitari. Non sono certo le agenzie di stampa che hanno la migliore copertura sui fatti del Kosovo, questo è certo. Ancor meno quei paragoni di proprietà "intellettuale" che sono le loro signorie televisive. Essi, con la loro bella gente strapagata e la loro massiccia infrastruttura tecnica, sono praticamente le sole organizzazioni al mondo che non possono permettersi di essere dappertutto contemporaneamente. E poi devono limitarsi a novanta secondi per notizia, altrimenti perdono la pubblicità. Qundi, chi dà le notizie migliori? I difensori della proprietà o gli anarchici? Presto lo vedremo.

Da qualche parte Oscar Wilde dice che il problema del socialismo è che ti impegna troppe serate. Il problema con l'anarchia come sistema sociale è quello del costo delle transazioni. Ma la rivoluzione digitale altera due aspetti dell'economia politica che sono finora rimasti costanti nella storia dell'umanità. Tutto il software ha un costo marginale pari a zero nel mondo della Rete, mentre i costi della coordinazione sociale sono stati ormai ridotti tanto da permettere la rapida formazione e la dissoluzione, senza alcuna limitazione geografica, di gruppi sociali su larga scala e molto variegati .[32]. Un cambiamento così radicale delle circostanze materiali di vita necessariamente produce dei cambiamenti altrettanto radicali nella cultura. Non pensate? Ditelo agli Irochesi. E naturalmente questi profondi cambiamenti culturali sono una minaccia per le strutture di potere esistenti. Non pensate? Chiedetelo al Partito Comunista Cinese. Oppure aspettate 25 anni e vedremo se riuscirete a trovare qualcuno a cui chiedere.

In questo contesto, l'obsolescenza del PI-Droide non è né imprevedibile né tragica. Invero esso potrà ritrovarsi sferragliante nel deserto, mentre ancora spiega lucidamente ad una platea immaginaria, le regole lucrosamente complicate di un mondo che non esiste più. Ma almeno sarà in compagnia di gente che gli è familiare, conosciuta in tutti quei party luccicanti organizzati a Davos, a Hollywood, a Brussels. I nostri Signori dei Media sono nelle mani del fato, anche se pensano che la Forza è con loro. Le regole sui flussi di dati sono oggi di dubbia utilità nel mantenere il potere cooptando la creatività umana. Visti alla luce dei fatti, questi Imperatori hanno meno abiti delle modelle che essi usano per attirare l'attenzione. Il loro regno è finito, a meno che non inventino una tecnologia che disabilita l'utente, una cultura di sorveglianza asfissiante che registri e faccia pagare ogni fruitore di ciascuna "proprietà", ed una nebbia di fiato droide che assicuri ad ogni giovane persona che la creatività umana svanirebbe senza la benevolente aristocrazia di BillG il Creatore, di Lord Murdoch di Dappertutto MastroDiStorielle e dell'Alto Signore Topo. Ma quello che è in gioco è il controllo della più scarsa fra tutte le risorse: la nostra attenzione. Assicurarsela produce tutto il danaro nel mondo dell'economia digitale, e oggi i signori della terra combattono per essa. Coalizzati contro di loro sono solo degli anarchici: dei nessuno, degli hippy, degli hobbisti, degli amanti, degli artisti. La lotta impari che ne scaturisce è il grande tema politico e legale del nostro tempo. Gli aristocratici sembrano duri da sconfiggere, ma era lo stesso nel 1788 e nel 1913. Come Chou En-Lai ebbe a dire a proposito del significato della Rivoluzione Francese, è troppo presto per dirlo.

Sull'autore:

Eben Moglen è professore di legge e storia legale presso la Columbia Law School.
E-mail: mailto:moglen@columbia.edu

Acknowledgments

Questo articolo è stato preparato per essere letto alla Conferenza Internazionale Buchmann su Legge, Tecnologia e Informazione, presso l'Università di Tel Aviv, Maggio 1999; ringrazio gli organizzatori per il loro cortese invito. Sono come sempre in debito con Pamela Karlan per i suoi suggerimenti ed incoraggiamenti. Desidero in particola modo ringraziare i programmatori di tutto il mondo che hanno reso possibile il software libero.

Note

1. La distinzione era solo approssimata nel suo contesto originale. Nei tardi anni '60 alcune fra le operazioni di base dell'hardware erano controllate da istruzioni numeriche codificate nell'elettronica di un computer, impossibili da cambiare una volta che l'unità avesse lasciato la fabbrica. Queste componenti simboliche ma non modificabili erano note in gergo come "microcodice", ma venne nell'uso la convenzione di chiamarle "firmware". Il "firmware" dimostrò che l'essenza del software si riferiva in modo primario alla possibilità di alterare i simboli che determinano il comportamento della macchina da parte dell'utente. Poiché la rivoluzione digitale ha portato all'utilizzo quotidiano dei computer da parte di persone tecnicamente incompetenti, quasi tutto il software tradizionale - programmi applicativi, sistemi operativi, istruzioni di controllo numerico, e così via - dal punto di vista di molti utenti, è un firmware. Potrà essere simbolico anziché elettronico in fase di produzione, ma gli utenti non potrebbero modificarlo nemmeno se lo volessero, cosa che essi spesso - impotenti e rassegnati - vorrebbero poter fare. Questa "cristallizzazione del software" è la base dell'approccio all'organizzazione legale della società digitale fondata sui diritti di proprietà, che è il tema di questo articolo.

2. Per la nostra generazione, il concetto stesso di "sviluppo" sociale si sta spostando dal possesso di industrie pesanti basate su motori a combustione interna, a "post-industria" basata sulla comunicazione digitale e sulle forme di attività economica ad essa collegate, incentrate sull'informazione.

3. Riflettendoci, i nostri geni sono un firmware. L'evoluzione fece la transizione da analogico a digitale prima che si formassero i primi fossili. Ma noi non abbiamo avuto il potere di eseguire delle modifiche dirette. Fino all'altro ieri. Nel prossimo secolo i geni diventeranno software anch'essi, e, mentre io non discuto la questione ulteriormente in questo articolo, le conseguenze politiche della non libertà del software in questo campo sono ancora più problematiche di quanto non lo siano nel caso di manufatti culturali.

4. Cfr. p. es., J. M. Balkin, 1998. Cultural Software: a Theory of Ideology. New Haven: Yale University Press.

5. Cfr. Henry Sumner Maine, 1861. Ancient Law: Its Connection with the Early History of Society, and Its Relation to Modern Idea. Prima edizione. London: J. Murray.

6. In generale non mi piace l'intrusione di parti autobiografiche in lavori accademici. Ma poiché in questo caso è mio triste dovere e grande piacere sfidare la competenza o la buona fede di quasi tutti, devo rendere possibile valutare la mia. Sono stato esposto all'arte della programmazione dei computer per la prima volta nel 1971. Cominciai a essere retribuito come programmatore in ambito commerciale nel 1973 - all'età di tredici anni - e continuai, in diverse aziende di servizi ed ingegneria informatica, ed in imprese tecnologiche multinazionali, fino al 1985. Nel 1975 contribui a scrivere uno dei primi sistemi degli stati uniti di posta elettronica su rete informatica; dal 1979 fui ingaggiato nella ricerca e nello sviluppo di linguaggi di programmazione avanzati presso la IBM. Queste attività mi resero economicamente possibile lo studio delle arti del sapere storico e dell'astuzia legale. I miei introiti erano sufficienti a pagare le mie tasse scolastiche, ma - per anticipare un'argomentazione che verrà sollevata dai Contabili Miopi nel seguito - non poiché i miei programmi erano proprietà intellettuale del mio datore di lavoro, ma piuttosto perché essi miglioravano l'hardware che esso vendeva. Come vedremo, quasi tutto ciò che ho scritto era, di fatto, software libero. Sebbene in seguito ho dato alcuni minuscoli contributi tecnici al movimento per il software libero propriamente detto, la mia attività principale a suo vantaggio è stata di tipo legale: nei cinque anni passati ho ricoperto (gratuitamente, com'è ovvio) la carica di consigliere legale della Free Software Foundation (Fondazione per il Software Libero).

7. Il lettore, naturalmente, ha degli ingressi e delle uscite secondari costituiti dai suoi comandi: i bottoni o i sensori infrarossi per il telecomando sono un ingresso, e il piccolo schermo con il contaminuti ed il numero della canzone è un uscita.

8. Quest'intuizione non si applica solo alla nostra discussione. Un'idea del tutto analoga costituisce uno dei principi più importanti della storia della legge anglo-americana, descritta con precisione da Toby Milsom nei seguenti termini:

L'abuso delle categorie elementari ha dato vivacità all'uso pratico della legge. Se le regole sulla proprietà portano a un risultato che ci appare ingiusto, si provi ad applicare l'obbligo; e la giurisprudenza ha dimostrato che con argomentazioni basate sull'obbligo si può contraffare il fenomeno della proprietà. Se le regole sul contratto portano a un risultato che ci appare ingiusto, si provi ad applicare il torto. ... Se le regole sul torto (in un caso di truffa, per esempio) portano a un risultato che ci appare ingiusto, si provi qualcos'altro, la negligenza, per esempio. Così va avanti il mondo della giustizia.

S.F.C. Milsom, 1981. Historical Foundations of the Common Law. Seconda edizione. London: Butterworths, p. 6.

9. Cfr. Isaiah Berlin, 1953. The Hedgehog and the Fox: An Essay on Tolstoy's View of History. New York: Simon and Schuster.[In italiano il titolo di quest'opera si traduce come: "Il Porcospino e la Volpe: un saggio sulla visione della storia di Tolstoy", N.D.T.]

10. Cfr. The Virtual Scholar and Network Liberation.

11. Un po' di vocabolario di base è essenziale. I computer digitali eseguono di fatto istruzioni numeriche: sfilze di bit che contengono informazioni nel linguaggio "nativo" creato dai progettisti della macchina. Esso è normalmente chiamato "linguaggio macchina". I linguaggi macchina sono progettati per avere la massima velocità di esecuzione a livello hardware, e non sono adatti all'uso diretto da parte degli esseri umani. Pertanto, fra le componenti principali di un sistema informativo vi sono dei "linguaggi di programmazione" utili per tradurre in linguaggio macchina delle espressioni facilmente manipolabili dagli esseri umani. La forma più comune ed importante (ma sicuramente non l'unica) in cui si concretizza un linguaggio per computer è quella del "compilatore". Il compilatore effettua una traduzione statica, in modo che da un file contenente istruzioni leggibili dall'uomo (note come "codice sorgente") si generino uno o più file contenenti codice eseguibile in linguaggio macchina, noto anche come "codice oggetto".

12. Questo fu, devo riconoscere, il cammino seguito da buona parte della mia attività di ricerca e sviluppo, per lo più in relazione con un linguaggio chiamato APL ("Linguaggio di Programmazione A") ed i suoi successori. Tuttavia, non fu l'approccio che risultò vincente, per motivi che saranno accennati nel seguito.

13. Questa descrizione elide alcuni dettagli. Nella metà degli anni '70 la IBM si era ormai trovata di fronte ad una seria concorrenza nel mercato dei computer "mainframe", ed al tempo stesso la grande campagna antitrust da parte del governo degli Stati Uniti aveva provocato la decisione di "scorporare" cioè chiedere un prezzo a parte per il software. In questo senso meno importante il software aveva cessato di essere libero. Ma - senza entrare nella polemica ormai sepolta (ma un tempo accanita) riguardo alle politiche dei prezzi della IBM - la rivoluzione dello "scorporo" ebbe meno effetti di quanto si possa supporre sulle convenzioni sociali che regolavano la produzione del software. In qualità di responsabile del miglioramento tecnico di uno dei linguaggi di programmazione della IBM dal 1979 al 1984, per esempio, io ero in grado di trattare il prodotto come se fosse stato "pressappoco libero" ovvero, io discutevo con gli utenti le modifiche al programma che essi proponevano o apportavano e mi univo a loro nello sviluppare il prodotto in modo cooperativo a beneficio anche di tutti gli altri utenti.

14. Questa descrizione estremamente sintetica sembrerà semplicistica ed ingenua a coloro che lavorarono nell'industria del software durante questo periodo del suo sviluppo. La protezione tramite copyright del software per computer fu un soggetto controverso nella metà degli anni '70, e portò alla famosa comissione CONTU ed alle sue conclusioni parzialmente a favore del copyright nel 1979. Inoltre, la IBM apparì ai suoi utenti come molto meno cooperativa di quanto si dedurrebbe da questo resoconto. Ma l'elemento più importante è il contrasto tra il mondo creato dal PC, da Internet e dalla dominazione di Microsoft, col risultante impeto del movimento per il software libero, ed io mi concentro in questa sede sulle istanze che esprimono questo contrasto.

15. In questo contesto discuto solo dell'importanza del software per PC. L'evoluzione del "mercato dell'attenzione" e della "vita sponsorizzata" sarà discussa in altri capitoli del libro in preparazione The Invisible Barbecue, di cui questo saggio fa parte.

16. Questa stessa ambivalenza, in cui programmazione scadente, che rende instabili le nuove tecnologie, allo stesso tempo spaventa e rassicura i tecnicamente incompetenti, può essere vista anche nel fenomeno (principalmente americano) dell'isteria riguardo al baco dell'anno 2000.

17. Le implicazioni critiche di questa semplice osservazione riguardo alle nostre metafore, sono esaminate in "How Not to Think about 'The Internet'," che fa parte di The Invisible Barbecue, in preparazione.

18. I lettori con una competenza tecnica osserveranno, nuovamente, che questo resoconto è solo una sintesi degli sviluppi che si ebbero fra il 1969 ed il 1973.

19. I sistemi operativi, incluso Windows (che pure nasconde il più accuratamente possibile questo fatto agli utenti), sono, di fatto, collezioni di componenti separati, anziché entità monolitiche. Buona parte delle funzioni di un sistema operativo (organizzare la struttura dei file e delle directory, controllare l'esecuzione dei programmi, etc.) può esserere astratta dai dettagli del particolare hardware in cui gira tale sistema operativo. Solo un piccolo nucleo del sistema deve necessariamente avere a che fare con le eccentriche peculiarità di ciascun tipo di hardware. Una volta che il sistema operativo sia stato scritto in un linguaggio di uso generale (per esempio in C) solo quel nucleo centrale, noto in gergo come "kernel" dovrà essere altamente specifico a ciascuna architettura hardware.

20. Una analisi scrupolosa e creativa di come Torvalds riuscì a organizzare questo processo produttivo, e delle sue implicazioni per l'attività sociale della creazione del software, è stata data da Eric S. Raymond nel suo articolo di importanza fondamentale del 1997, The Cathedral and the Bazaar, che, a sua volta, ha rivestito un ruolo significativo nella divulgazione dell' idea di software libero.

21. Questo è un brano tratto dal cosiddetto "Memorandum di Halloween", che può essere letto, annotato da Eric Raymond, che lo ricevette in forma anonima, all'indirizzo http://www.opensource.org/halloween/halloween1.html.

22. Ancora nel 1994 un professore di legge e di economia presso una grande università degli Stati Uniti, di talento e tecnicamente competente (per quanto utente di Windows) mi confidava con sicurezza che il software libero non potrà mai esistere, poiché nessuno troverebbe un incentivo nello scrivere dei programmi altamente sofisticati, che richiedono un grande investimento o un grande sforzo, solo per poi cederli senza chiedere niente in cambio.

23. Anche questo tema merita un'esame attento, incrostato com'è di pesanti perorazioni da parte del potere statale. Si veda il mio breve saggio"So Much for Savages: Navajo 1, Government 0 in Final Moments of Play."

24. Cfr. GNU General Public License, Version 2, June 1991.

25. V. Vallopillil, Open Source Software: A (New?) Development Methodology.

26. La fine incombente dei diritti della Disney su Mickey Mouse [noto in Italia come Topolino, n.d.t.] richiede una modifica radicale della legge sul copyright, stando all'opinione di quel generoso finanziatore di campagne elettorali che è, appunto, la Disney. Cfr. "Not Making it Any More? Vaporizing the Public Domain," in The Invisible Barbecue, in preparazione.

27. Una stima recente dello stato dell'industria del software fissa a 7,5 milioni il totale mondiale di computer che usano Linux. Cfr. Josh McHugh, 1998. "Linux: The Making of a Global Hack," Forbes (10 Agosto). Poiché questo software è liberamente scaricabile dalla Rete, non è possibile dare statistiche accurate del suo uso.

28. Eric Raymond è un partigiano dell'idea della "gratificazione dell'ego", a cui egli aggiunge l'altro paragone pseudo-etnografico tra lo scrivere software libero ed la festa del "potlatch" presso gli indiani Kwakiutl. Cfr. Eric S. Raymond, 1998. Homesteading the Noosphere.. Ma il potlatch, certamente una forma di competizione per lo status, si discosta dal software libero per almeno due ragioni fondamentali: è essenzialmente gerarchica, mentre il software libero non lo è, e, come dovremmo sapere sin da quando Thorstein Veblen per primo richiamò l'attenzione sul suo significato, è una egregia forma di spreco. Cfr. Thorstein Veblen, 1967. The Theory of the Leisure Class. New York: Viking, p. 75. Ma la non-gerarchicità e l'attenzione all'utile sono proprio gli aspetti che differenziano la cultura del software libero dalla sua controparte basata sui diritti di proprietà.

29. Vinod Vallopillil, Linux OS Competitive Analysis (Halloween II). Si noti la sorpresa di Vallopillil nello scoprire che un programma scritto in California è stato successivamente documentato da un programmatore in Ungheria.

30. Cfr. "They're Playing Our Song: The Day the Music Industry Died," in The Invisible Barbecue, in preparazione.

31. Sentenza "International News Service contro Associated Press", 248 U.S. 215 (1918). Se uno pensa all'espressione tersa e puramente funzionale dei dispacci con i quali si rincorrono le agenzie di stampa, questa è una distinzione che solo un Droide può amare.

32. Cfr. "No Prodigal Son: The Political Theory of Universal Interconnection," in The Invisible Barbecue, in preparazione.


Copyright © 1999, Eben Moglen, First Monday

Copyright per la traduzione © 2001 Francesco Paparella

18-12-2001 Pubblicazione su grisu.no-ip.com.
26-12-2001 Correzione errori tipografici. Traduzione di "fair use".